HELSINKI DOCPOINT2019: Il potere dei documentari

Quest’anno, il festival annuale dei documentari cinematografici internazionali ad Helsinki è iniziato lunedì 28 gennaio e si è concluso domenica 3 febbraio.

L’evento è stato inaugurato con la proiezione del documentario Gods of Molenbeek , diretto dalla regista finlandese Reetta Huhtanen. Il film parla della quotidianità di due bambini che vivono nell’area di Molenbeek, una zona di Bruxelles famosa per  essere sede di terrorismo islamico.

 

Ho recensito 4 Documentari che sono stati proiettati durante il festival. Si tratta di quelli che ho apprezzato maggiormente e che vorrei consigliare ad un pubblico più esteso.

THE SILENCE OF OTHERS di Robert Bahar e Almudena Carracedo

Rappresenta una triste testimonianza di una realtà ormai quasi dimenticata nel mondo. Legge di Amnistia per molti giovani spagnoli al giorno d’oggi non significa nulla, nonostante ci siano ancora migliaia di persone che ricordano bene quegli anni tristi e di terrore. Il documentario tratta varie tematiche in concomitanza con il periodo di quando Francisco Franco era al governo come generale, politico e dittatore.

Durante la sua dittatura, migliaia di persone furono uccise. I loro corpi furono sepolti in fosse comuni e mai più ritrovati dai propri cari.

Molti familiari sono ancora in costante ricerca. Il loro desiderio è quello di avere la possibilità di portare un mazzo di fiori sulla lapide dei loro parenti scomparsi.

Durante gli anni 70,  ci furono franchisti come Billy el Niño, il quale torturò molti civili. Attualmente quest’uomo vive la propria vita in libertá.

Sempre durante quegli anni a molte ragazze madri, dopo il parto, fu detto che il loro bambino era morto. A distanza di tempo le donne non sono mai riuscite a trovare una testimonianza attendibile della morte del figlio. La sorte di questi bambini è tutt’oggi ignota e si ipotizza sia stato un rapimento da parte del governo.

Il documentario narra sei anni di ricerca su questi problemi irrisolti. Ritrae anche storie di persone, narra testimonianze ed espone immagini da togliere il fiato di una Spagna che non dimentica.

Il documentario ha vinto il premio del pubblico al 68° Festival del Cinema di Berlino, nella sezione panorama.

STILL RECORDING di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub 

Diretto da due giovani registi siriani: Saeed AL Batal e Ghiath Ayoub. Vincitore di diversi premi durante il recente festival del cinema di Venezia.

Un drammatico documentario che mi ha estremamente commosso. È stato come una testimonianza inconsapevole dell’enorme potere del giornalismo, della tecnologia e della divulgazione.

Saeed vive a Al Ghouta, nella periferia est di Damasco, mentre Milad lo raggiunge da Damasco. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, tra marzo 2011 e febbraio 2018, sono stati uccisi 12783 civili proprio ad Est Ghouta. Il film contiene parti di circa 450 ore di ripresa tra il 2011 e il 2015. Una delle frasi che mi ha maggiormente emozionato è stata  “io non tengo in mano un´arma,  possedio una telecamera. Puó essere vista come un´arma, o almeno io la vedo cosí ”. I giovani registi non sono capaci di usare un’arma da fuoco ma riescono a riprendere tutto quello che accade loro intorno, comprese le emozioni, la paura e i momenti piacevoli che, tra amici, ci sono sempre, nonostante le circostanze. Ad un certo punto delle riprese i ragazzi si rendono conto che la telecamera ha preso il sopravvento e non è più uno strumento per riprendere ma per combattere quella guerra atroce che stanno vivendo. Questo film rivelerà una realtà che spesso i giornali non raccontano ed è testimonianza della vita quotidiana, proprio come fanno i bloggers dei canali YouTube o delle Instagram Stories. Ma quello che vedrete non è un film horror, è una  triste verità. Più di 10 persone hanno perso la vita durante le riprese.

Non solo consiglio di vederlo, ma lo offro anche come spunto di riflessione ai molti giornalisti e filmmakers, poiché simili strumenti potrebbero cambiare il mondo grazie ai semplici metodi di diffusione del nuovo millennio.

AVEVO UN SOGNO di Claudia Tosi

 

Un documentario che, da italiana, consiglio a coloro che fossero interessati ad esaminare e conoscere una panoramica della politica del mio Paese degli ultimi 10 anni.

Sotto le esperienze dell’ex parlamentare Manuela Ghizzoni e dell’assessore Daniela De Pietri, vengono raccontate le loro esperienze professionali e i loro obiettivi, se raggiunti.

Si notano cambiamenti politici, idee discordanti tra i cittadini, ma una cosa rimane costante: il pensiero. La voglia di cambiare c’è,  ma c’è anche una grande paura del diverso. Una paura che porterà poi ad eleggere persone come l’attuale Ministro degli Interni Matteo Salvini. Perché si è arrivati a un punto di odio verso il rifugiato? Da dove è partito tutto? Cosa c’era prima? Questo film è uno spunto per rispondere ad alcuni quesiti in un paese come l’Italia che, nonostante non sia molto esteso, comprende diversità culturali, dialettali, culinarie e di pensiero. La domanda principale che le due donne politiche si pongono è: La democrazia e la politica sono ancora vive?

MY HOME, IN LIBYA di Martina Melilli

My Home, in Libia, è un altro esempio di documentario che non solo è stimolante, ma anche coinvolgente. Ho apprezzato la durata del film di circa un’ora, una tempistica minore rispetto agli altri documentari visti al festival,  sicuramente più semplice da seguire per lo spettatore.

Il documentario racconta una parte di storia quasi dimenticata in Italia: la cacciata degli immigrati italiani dalla Libia.

La disgrazia iniziò dopo il 1° settembre 1969, quando il giovane Mu´ammar Gheddafi conquistò il potere con un colpo di stato.  Nell’estate del 1970 arrivò un decreto ufficiale di espulsione: più di 20 mila italiani furono costretti a tornare in Italia, smistati nei campi profughi in Campania, Puglia e Lombardia. Non solo, ma delle loro proprietà non rimase più nulla. La Libia aveva confiscato tutto.

 

Il documentario è raccontato dalla giovane regista e protagonista Martina Melilli. I suoi nonni vivevano a Tripoli ed ora vivono a Padova, immersi nel silenzio di quelle memorie. Raccontano alla nipote i ricordi di quegli anni, non svaniti. Martina, attraverso fotografie, parole, ricordi e un contatto speciale di un amico di penna a Tripoli, di cui sapremo solo il nome, Mahmoud, riesce a ricostruire dove vivevano i suoi familiari e come sono le stesse zone al giorno d’oggi. Mahmoud le manda immagini e video di Tripoli, trasmettendole sentimenti, e paure della Libia, dove l’informazione giornalistica non c´è. Si sente come in gabbia, lui non ha l’autorizzazione di uscire e Martina non può andarci. Un mare li divide.


 

“C´é chi usa la tecnologia per la informare e cercare di migliorare il mondo”

Vorrei fare due conclusioni finali. Al giorno d’oggi, i social media invadono la nostra vita. Siamo costantemente curiosi di scoprire le novità che pubblicano amici e conoscenti; siamo manipolati dalle novità del marketing, da “infuencers” che promuovono tisane, trucchi, prodotti “miracolosi”.

Ma c’è anche un’altro aspetto: quello di coloro che usano i social networks per informare, ciò che è giusto sapere su determinate tematiche, quello che le fake news non potranno mai mostrare.

Il regista di documentari, il reporter, il semplice ragazzo o ragazza che osserva una realtà che ha qualcosa da raccontare, ora lo può fare grazie ad un click, anche con un semplice telefono.

Il mondo è diviso in due. C´é chi  usa la tecnologia per mostrare una vita che non esiste, ma che a molti piace, poiché sognare è bello e, a volte, chiudere gli occhi e non pensare aiuta ad evadere dai problemi di questa realtà capitalista. E c´é chi usa la tecnologia per informare e cercare di migliorare il mondo.

Un festival come DocPoint sostiene questo tipo di informazione culturale e facilita il coinvolgimento di migliaia di persone non solo in Finlandia, ma nel mondo intero.

Contact:

Text: Gloria De Felice

E-mail: info@nur.fi

Fotografie: DocPoint Press Kit

Website: DocPoint 

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